Amore ed Emigrazione.

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Indice

  1. hanno in comune una storia d’amore e la storia di un emigrato?
  2. Cosa significa anzitutto emigrare?
  3. Fase uno – i primi tre mesi.
  4. Fase due – i tre anni
  5. Fase tre – i dieci anni e il matrimonio

Molto più di quel che pensi.

Qui non starò a parlare di storie d’amore, ma tra il rapporto che intercorre tra una relazione amorosa (che penso tutti conoscano) e la storia di persone, che per motivi e vari motivi, decidono di allontanarsi dalla loro terra, dai loro affetti, dai loro cari, insomma parlerò di emigrati.


Cosa hanno in comune una storia d’amore e la storia di un emigrato?

Cosa significa anzitutto emigrare?

Chiunque sappia usare un dizionario di lingua italiana potrà vedere chiaramente che la parola emigrare deriva dal latino “emigrāre” e significa letteralmente andar via. Come ho già detto i motivi possono essere diversi, questioni politiche, economiche o semplice senso di libertà,di novità. Si può andar via per determinati periodi (brevi o lunghi che siano) per inseguire scopi ben precisi, o semplicemente si fa la valigia e si parte senza sapere né se né quando tornare.

Come l’amore, “l’andar via” è dettato, talvolta, da leggi che superano la logica e il buon senso e ci spingono ad agire a cambiare ciò che siamo ed evolverci in ciò che vorremmo essere.

Ma come l’amore anche emigrare ha le sue fasi, i suoi dubbi e le sue incertezze. Si proprio cosi. Cosa pensavi che quando si prepara la valigia alla volta di un mondo nuovo e sconosciuto non si combatta con i propri istinti, paure e insicurezze, esattamente come quando ci si sta per innamorare?

<Chissà se mi ama anche lui, se sono corrisposto?> pensa un innamorato.

<Chissà se sono pronto, se ne sono all’altezza?> pensa un emigrato

E’ tutto in salita in entrambi i casi, un lungo tunnel nel vuoto, un bivio a tre porte ed ogni una di esse potrebbe condurti su molteplici e indefinite strade. E’ qui che scatta l’incertezza, la paura di un passo falso, il timore di uscirne sconfitti, perché ragazzi e ragazze in entrambe i casi sappiate che è sempre un rischio un tuffo nel vuoto ma basta avere un po’ di coraggio, quella giusta spinta per tramutare le nostre insicurezze, non in certezze, sia ben chiaro, ma in piccoli traguardi, che ti daranno la consapevolezza di andare avanti.

Ed è proprio così che succede, come a me ed a tanti altri, questo significa emigrare, non è un solo “andar via”, non è comprare un biglietto di solo andata e fare una valigia, emigrare significa “saltare” fare un grande salto, il brutto che quando “salti” in quest’avventura, fino alla fine, non saprai mai dove atterri.

Fase uno – i primi tre mesi.

Appena arrivati nel vostro “nuovo mondo”, che sia Londra, Dubai ,Tokio o Miami, i primi tre mesi saranno i più belli, emozionanti ma anche i più duri della vostra vita, soprattutto se la vostra vita l’avete sempre vissuta nel posto in cui siete nati. L’emozione e lo stupore delle nuove cose sarà cosi grande che vi accecherà vi abbaglierà e vi sentirete come “cinesi” alla scoperta del nuovo mondo (ma senza fotocamere o selfie stick). Tutto vi apparirà diverso, e noterete i dettagli e farete “tanti ma tanti” paragoni con quello che avete lasciato, in positivo e in negativo.

<Uaooo che città pulita e ordinata! Qui tutti rispettano la fila! Qui i treni arrivano sempre in orario!>

<O gosh! Il cibo qui è terribile! Qui è sempre nuvoloso! Qui c’è troppo smog!>

Inizierete ad ambientarvi piano piano, troverete una casa, lavoro, amici e vi inizierà a piacere.

Poi un giorno all’incirca tra la metà del secondo mese di permanenza e gli inizi del terzo mese c’è quella che io chiamo “LA PRIMA GRANDE CRISI”. Si è proprio cosi, come in amore superati i tre mesi, dove l’infatuazione vi ha letteralmente sciolti in un brodo di “giuggiole”, iniziano ad arrivare i primi nodi al pettine. Ed ecco che arriva la tanto temuta crisi del terzo mese. Si è cosi ragazzi non abbiate vergogna di ammetterlo che anche voi volevate tornare a casa, che anche voi iniziavate ad averne abbastanza (se anche voi siete a Londra mi capirete bene) e amorevolevate solo tornare al tiepido clima mediterraneo, al calore del vostro focolare domestico, al bar sotto casa con gli amici di sempre o anche a farsi coccolare dalle leccornie della propria nonna?? Si è proprio cosi la crisi è tremenda ti distrugge e ti fa perdere tutte quelle piccole certezze che avevi acquisito nei mesi precedenti. Vuoi tornare ma hai paura. Ed ecco che torna un nuovo bivio, un bivio a tre porte (o almeno io cosi lo immagino). Ogni una di questa ti porterà ad un futuro diverso da quello attuale. Ora, per esperienza (ne ho vista di gente a questo bivio)ti dirò cosa succede.

  1. La paura di sentirsi sconfitti una volta in patria è cosi grande che prevale sulla voglia di tornare a casa e quindi si decide di prendere il cuore in mano, rimboccarsi le maniche ed andare avanti, seppur di mal voglia e continuare a costruire quello che si era iniziato.
  2. Il senso di impotenza nel vivere lontano dai propri affetti è più forte di tutto, d’altronde gli amici di sempre capiranno e ti riaccoglieranno a braccia aperte. Si chiama a casa, si compra un biglietto e si fa la valigia e si ritorna in patria seppur con un po’ di amaro in bocca.
  3. L’esperienza è stata fantastica ma senti (o pensi) di aver già dato quello che potevi e ora che non ne puoi più meglio tornar in patria e ricominciare da dove avevi lasciato.

Si è proprio cosi, un italiano su tre resta. Permettetemi di dire che queste tre categorie potrebbero essere anche sotto categorizzate a seconda delle persone e a seconda degli “italiani” ma siccome potrei sfociare in un’aperta polemica che si distaccherebbe completamente dal tema di questo mio testo continuerò sulla mia strada attenendomi ad una sommaria generalizzazione dei fatti.

Fase due – i tre anni

Ovviamente se fate parte della lettera B o C della fase uno sapete bene che questa seconda fase della “storia di un emigrato” non potrete comprenderla a pieno. Se invece fai parte della categoria A, come me, puoi ben capire cosa sto per dirti.

Passati quindi i mesi di insicurezze e paure dovuti al primo anno lontano da casa, vai avanti (keep going). Inizi a costruirti qualche cosa di più solido di quello che avevi 8 mesi prima e il distacco dalla propria casa inizia ad allentarsi al passar dei mesi, seppur non sparisca mai. Inizi a vedere le possibilità che hai, le alternative, ciò che il tuo “nuovo mondo” ti offre ed inizi ad apprezzarne anche i difetti. In fondo ci sarà sempre un buon posto italiano dove mangiare, in fondo ci sarà sempre più di una giornata di sole, in fondo anche lo smog e il caos possono passare. E’ tutta abitudine, routine e poi il tempo scorre, scorre, scorre frettolosamente, incessantemente e ti ritrovi catapultato due anni dopo ed è incredibile quante ne hai passate e dove sei arrivato con le tue sole forze solo per aver scelto la porta “A”. E continui ad andare avanti preso da tutto ciò che ti circonda e non pensi più di tanto a ciò che potrebbe succedere, perché tutti la dicono questa “cavolata” nella vita e in amore:

<arrivati a i tre anni o si supera o ci si lascia>. Ma chi ci crede, davvero pensi che dopo tre anni che stai assieme ad una persona o dopo tre anni che vivi lontano da casa arrivi davvero la cosi famigerata crisi?

Beh io non ci cred(ev)o!! Si insomma, io sto benissimo qui, ho raggiunto grandi traguardi, obbiettivi irraggiungibili, ho la mia vita qui e casa ormai non mi manca più come prima, ma cos’è allora questa strana voglia di mollar tutto che mi tormenta da qualche settimana? Cavolo sto per fare tre anni!! Ma allora è vero?????!!!!!!???

amoreQuesta volta sai bene che la sensazione è diversa dalla prima volta, non hai bisogno di scappare, non senti quel bisogno irrefrenabile di tornare, più che altro questo è voglia di cambiare, guardarsi attorno e capire dove e come poterci arrivare, cose da voler realizzare, e di nuovo rispunta l’eco dominante della nostra personalità che ci spinge verso ciò che vogliamo essere.

Se vivete in una grande metropoli (come me), in una città talmente vasta che dopo tre anni ancora non sapete delinearne ancora bene i confini, una città che più che città è uno stato nello stato (come per me Londra) non ti sentirai mai stritolare, non ti starà mai “stretta” la città (come nel posto in cui eri prima di partire). Inizierai però, forse, a sentire quel bisogno di convogliare le tue sensazione in qualche luogo diverso in un posto diverso che ti dia più energie più spinte o forse solo nuove insicurezze.

La fase due è completamente diversa dalla fase uno o da quella che poi verrà.

Nella fase due c’è la consapevolezza di avercela fatta in un modo o nell’altro di essere andati avanti e di essere atterrati nel punto esatto in cui siete, saldi delle vostre certezze attuali.

Allora cosa succede? Ecco di nuovo il fatidico bivio, la famose tre porte.

  1. La vostra personalità, la stessa che vi ha spinti a partire, uniti al vostro coraggio e senso dell’adattamento, vi dice che è l’ora di voltare pagina di cercare qualche cosa di nuovo, qualche cosa di diverso. Che può essere inteso come qualche cosa di più tranquillo, una città con meno stress o un posto più caotico (se il vostro attuale “nuovo mondo” è troppo piatto e calmo), o semplicemente il vostro istinto dice di buttarvi in una nuova avventura di iniziare da zero proprio come avete fatto tre anni fa. Quindi si iniziano a vagliare i pro e i contro e si partite.
  2. Le vostre emozioni e le vostra mente sono in totale disaccordo, se da un lato avreste una disperata voglia di cambiare e di iniziare da zero, il vostro istinto unito al vostro cervello vi dice di restare e continuare per il vostro attuale cammino, perché chissà mai dove vi possa portare alla fine la porta B.
  3. I turbinio dei vostri pensieri è incessante, un continuo caos di idee diverse. Restare, iniziare da zero o semplicemente tornare a casa e avere il coraggio di fare ciò che prima (e forse anche ora) era impossibile fare. Rimboccarsi le maniche e dare alla propria casa, patria, terra un’altra possibilità.

Di questa seconda fase posso dire che uno su tre va via, inizia da capo. Ma di questi due che restano, uno di loro si fa coraggio e ritorna in patria. Quindi alla fine (solitamente) solo uno resta e continua la sua vita esattamente da dove era rimasto prima della crisi.

Insomma non c’è una vera e propria percentuale, non c’è una vera e propria distinzione, non è come nella fase uno, che è tutto in crescita ed è tutto nuovo.

Anche io ora sono in questa fase, in una situazione un po’ di stallo. Bhe sicuramente vi dico che non faccio parte della categoria C. L’opzione “tornare in patria” per me è da escludere come se mi chiedessero di entrare al buio in una stanza piena di topi (si lo so, ho una stupida fobia, e si lo so che Londra è la città peggiore in cui vivere se si ha paura dei topi). Quindi sono ad un bivio di sole due porte, e chissà quanti di voi sono nella mia stessa situazione, magari anche solo con porte diverse. Non so di preciso se arriverò alla fase tre, ma per ora posso dirvi come ci si sente, e come vi potreste sentire se siete solo un po’ piu avanti della fase uno o se ancora non fate parte della “storia di un emigrato”.

Insomma a nessuno fa piacere trovarsi ad un bivio, soprattutto se in una di quelle porte c’è il sogno di una vita, l’unica cosa che davvero speri di raggiungere, perché è solo quello che hai sempre sognato, seppur sia un sogno stupido. Allo stesso tempo hai paura che quello resti un sogno in ogni caso, perché prendendo la porta giusta “salti” di nuovo nel buio allo stesso modo come se prendessi la porta “sbagliata”. Non sai mai (come io non lo sapevo tre anni fa) dove quel salto ti porterà.

Fase tre – i dieci anni e il matrimonio

Se avete superato la fase uno e due il resto, come tutti (quelli che ci sono passati )dicono è solo in salita, una continua scalata verso quello che poi vi porterà ad un grandissimo traguardo che come per le relazioni d’amore quasi sempre si concretizza in un “matrimonio”. Si diciamocela tutta, dopo dieci anni che vivi lontano da casa, che ormai sei integrato nella società, parte attiva di tutto ciò che il tuo “nuovo mondo” ti ha offerto, chi pensi possa decidere di tornare a casa o decide di imbarcarsi in una nuova avventura? Solo l’1% lo fa, ma questa è un’altra storia. La maggior parte resta e si “sposa” con quella che è stata la sua nuova casa, la sua nuova città o il suo nuovo paese. Se siete emigrati cosi lontani da uscire fuori dai confini della comunità europea sapete bene che dopo i dieci anni potrete chiedere ufficialmente una nuova nazionalità in modo tale che si suggelli ufficialmente il sodalizio intercorso tra voi e il vostro paese d’adozione. Se invece siete rimasti nei confini nulla cambia. Sia ben chiaro che anche dopo dieci, quindici, venti o trent’anni quella nostalgia di casa, quel senso di lontananza dimorerà sempre in una piccola parte del vostro cuore, e vi brilleranno sempre gli occhi quando vedrete la vostra città seppur solo in una fotografia. L’emigrato è ormai molto più che emigrato dopo dieci anni, sente il peso del tempo, e tutto o quasi è cambiato da quella che era la fase uno.

Non so dirvi altro sulla fase tre se non per racconti di amici e gente vicina. E essendo in un momento di crisi non so nemmeno se riuscirò ad arrivare alla fase tre. Ad ogni modo se dovessi ancora essere qui se dovessi alla fine scegliere la porta B della seconda fase, vi farò sapere, vi terrò aggiornati su cosa significa entrare nella fase tre.

Se anche voi vi siete immedesimati anche solo un po’ con ciò che ho scritto mi farebbe molto piacere sapere cosa ne pensate, si insomma se vi trovate in una di queste fasi o se siete solo alla fase “pre”- emigrazione.

Quindi come direbbero gli inglesi, keep in touch!!

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